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I rischi del Lavoro in nero in Italia

In Italia il lavoro in nero è un problema che affligge molti settori produttivi del nostro Paese.

Secondo l’Ufficio studi della Cgia, sono circa 3,3 milioni le persone che quotidianamente esercitano un’attività lavorativa irregolare.

È una vera e propria piaga sociale ed economica, che penalizza i lavoratori e il mondo del lavoro in generale, con rischi anche per la sicurezza. Le autorità sono continuamente al lavoro per cercare di arginare questa tendenza, che ha radici ben radicate nel sistema e nella mentalità collettiva.

Per questo abbiamo deciso di parlare in questo articolo di lavoro irregolare, per capire come contrastarlo, in che modo rovina il mercato del lavoro e quali rischi si corrono.

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Cosa significa lavorare in nero

Il lavoro in nero indica tutte tutte le mansioni svolte senza che i datori di lavoro abbiano dato comunicazione di avvenuta assunzione al Centro per l’impiego. A seguito di ciò ne deriva che non sono previste le documentazioni per INPS, INAIL o altri enti competenti.

Il datore di lavoro è tenuto entro 24 ore dall’inizio del rapporto lavorativo a inoltrare la comunicazione telematica Unilav, per mettere in regola il lavoratore.

Nel momento in cui questo non avviene, automaticamente si parla di lavoro sommerso. Questa definizione è riferita al fatto che lo Stato italiano è all’oscuro delle attività svolte in questi determinati casi.

Ma sarebbe sbagliato credere che sia solo lo Stato a subire un danno in questo caso, dal momento in cui il lavoro in nero è riconducibile all’evasione fiscale. In questo circolo vizioso ci rimettono più di tutti i lavoratori irregolari, in quanto potrebbero anch’essi andare incontro a sanzioni. Inoltre il lavoratore in nero non vedrà versati dal datore di lavoro i contributi INPS necessari per maturare l’assegno pensionistico e non è tutelato in caso di infortunio o licenziamento.

Cosa fare in caso di lavoro sommerso

Il lavoro in nero è una violazione della legge, come abbiamo avuto modo di capire, oltre che una lesione ai diritti del lavoratore. Quindi è buona cosa conoscere quali strumenti si hanno a disposizione per reagire a una tale ingiustizia.

Se un lavoratore si ritrova in una situazione di lavoro illegale è cosa buona e giusta che reagisca, ma come fare nella pratica?

Bisognerà seguire i seguenti passaggi:

  • Denunciare i fatti all’Ispettorato del Lavoro presso la Direzione Provinciale del Lavoro di pertinenza;
  • Riportare dati relativi all’attività e alle mansioni svolte, indicando l’indirizzo della ditta, il giorno di inizio del lavoro, gli orari di lavoro e la retribuzione percepita;
  • Procurarsi prove documentali attestanti il lavoro effettuato ed eventuali prove testimoniali a sostegno della denuncia.

Denunciare il lavoro irregolare

Una volta che il lavoratore avrà reperito gli strumenti legali grazie ai quali riuscirà a provare il trattamento illecito nel suo percorso lavorativo, potrà agire.

Può rivolgersi all’ufficio vertenze di un qualsiasi sindacato per ottenere una consulenza dall’associazione di categoria. Seguendo questo iter potrà contare su costi decisamente più contenuti rispetto a quanto chiederebbe un professionista abilitato.

A questo punto gli operatori incaricati provvederanno ad aprire la pratica e cercheranno di trovare una soluzione pacifica della gestione della controversia.

In questa occasione si aspetterà la risposta dell’azienda e in caso di esito negativo si passerà per vie legali, tramite il Giudice del lavoro. Sempre passando da studi di professionisti convenzionati con il sindacato.

Nella fase di preparazione della vertenza verranno coinvolti anche l’INPS e l’INAIL e l’Asl di competenza territoriale che si occuperanno di appurare le irregolarità di loro competenza.

L’INAIL in particolare sarà coinvolto per verificare che il datore di lavoro abbia tutelato i diritti contributivi e previdenziali del lavoratore. L’ASL invece si interesserà nel caso in cui vengano denunciate irregolarità connesse a condizioni igienico sanitarie o alla sicurezza.

Un altro modo per denunciare la propria condizione di lavoratore in nero è quello di rivolgersi alla Guardia di Finanza e sporgere denuncia. Quest’ultima può essere effettuata nel totale anonimato.

Pene e sanzioni del lavoro in nero

La legge contro il lavoro in nero si inasprisce sempre di più, l’ultimo aggiornamento risale al 2019. Anno in cui tutti gli importi relativi alle sanzioni per il lavoro sommerso sono state aumentate di un buon 20% dall’ultima legge di bilancio.

Vuoi sapere a quali pene e sanzioni si va incontro per il lavoro in nero? Ecco un breve riassunto:

  • Da 1.800 a 10.800 Euro per ogni lavoratore irregolare, in caso d’impiego del lavoratore fino a 30 giorni di lavoro effettivo;
  • Un minimo di 3.600 fino a più di 21mila Euro per ciascun lavoratore irregolare, in caso di impiego del lavoratore da 31 fino a 60 giorni di effettivo lavoro;
  • Da 7.200 a 43.200 euro per ciascun lavoratore irregolare in caso d’impiego del lavoratore oltre 60 giorni di effettivo lavoro.

Da queste sanzioni sono esclusi i datori di lavoro domestico e i casi di omessa comunicazione di rapporti con lavoratori autonomi o parasubordinati.

Inoltre sarà possibile ridurre la sanzione relativa alla sottoscrizione della diffida obbligatoria solo se il lavoratore in nero viene assunto:

  • Per un periodo di 120 giorni con contratto a tempo indeterminato – anche part-time –
  • A tempo determinato e full-time per un periodo non inferiore a 3 mesi.

Inoltre sono previste delle sanzioni addebitate da INPS e INAIL per:

  • Omesso versamento dei contributi e dei premi assicurativi,
  • La corresponsione della retribuzione in contanti. In questo caso il lavoratore in nero Può intentare una causa all’azienda per il riconoscimento delle differenze di retribuzione.

Nel caso più estremo si incorrerà alla sospensione dell’attività aziendale, nel caso in cui un controllo rilevasse un numero di lavoratori irregolari superiore al 20%.

 

Articolo a cura di Renato M.G. Sarlo

 

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Autore: Giorgio Grimani
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